Ho conosciuto e frequentato Valenzi quando da sindaco di Napoli gli fu affidata la funzione di Commissario Straordinario del governo per la città di Napoli a seguito del terremoto del 1980.
Da avvocato dello Stato sono stato nominato componente del Comitato tecnico-amministrativo, organo di consulenza del Commissario. Così la frequentazione con il Sindaco-Commissario su quasi quotidiana, soprattutto nel primo tempo della ricostruzione.
Era noto a tutti che Valenzi ed io non avevamo, almeno sotto il profilo dei dati di partenza, affini convincimenti di base. Fin da subito, però, è stato profondamente comune lo spirito di servizio che ci animava e la decisa volontà di portare avanti un progetto ricostruttivo assai significativo per la vita del popolo napoletano, soprattutto di quella parte più fragile presente nelle periferie delle metropoli.così nacque e crebbe fra noi reciproca, profonda e sentita stima tale che il rapporto fu sempre di chiara lealtà e singolare trasparenza.
Egli volle che l’accompagnassi in ogni viaggio romano quando veniva chiamato in parlamento per riferire alle competenti commissioni sull’andamento dell’attività commissariale. Soprattutto le conversazioni di varia natura avute in quelle tre ore di andata e ritorno da Roma credo siano state la causa, non esclusiva ma principale, del bel rapporto che nel tempo si consolidò tanto che il ricordo è limpido e vivo in me a distanza di ormai oltre quarant’anni. E così Valenzi mi chiese non poche volte di partecipare agli incontri di lavoro che si svolgevano in casa sua, quella “con le colonne” in via Manzoni.
Durante una riunione di lavoro svolta in sede commissariale Maurizio Valenzi in alcuni minuti, senza per nulla distrarsi dai contenuti dell’impegnativa discussione, sul retro di un foglietto intestato “Il Sindaco di Napoli-Commissario Straordinario del Governo”, si è dedicato a riprodurre con poche espressive linee il mio “allungato” volto.alla fine di quella riunione con gesto gentile e quasi affettuoso, me ne fece dono. Ringraziai e commosso; infatti riuscì a dire soltanto “grazie”. E sono certo che lui capì.
Raffaele Cananzi


