Raccogliere segni

L’iniziativa “Raccogliere segni” è in sostanza un invito ai cittadini napoletani ed europei, che Valenzi ha voluto omaggiare di un ritratto nel corso della sua vita, ad offrire una copia, una scansione del disegno, accompagnata da una testimonianza del loro incontro con l’artista. Lo spirito dell’iniziativa tra memoria e arte rispecchia il connubio inscindibile di arte e partecipazione civile che ha contrassegnato non solo l’opera, ma la vita stessa di Maurizio Valenzi.
Invitiamo per questo chiunque abbia un ritratto realizzato da Maurizio Valenzi a segnalarcelo scrivendo a presidenza@fondazionevalenzi.it
Vi siamo grati anche se ci segnalate o ci inviate qualunque altra documentazione su Maurizio Valenzi: documenti, disegni anche che non sono ritratti, quadri. Siamo a disposizione per risolvere eventuali problemi tecnici (ad esempio la presenza di vetri o cornici che ostacolino la riproduzione).

Diana Negri
Con Maurizio Valenzi ci siamo conosciuti all’Auditorium della Mostra, nella stagione dell’Associazione Scarlatti 1979-80, eravamo entrambi appassionati di musica classica. Il “Duetto buffo dei gatti” di Rossini segnò l’inzio di piacevoli conversazioni negli intervalli dei concerti, e ricordo il senso di piacevole sorpresa che ebbi scoprendo un uomo colto, gentile, educato, pieno di energia ed entusiasmo, che non parlava di politica né faceva pesare il suo ruolo ad una giovane universitaria ventenne. Abitavamo entrambi in via Manzoni, mi parlò anche della sua passione per l’arte e la pittura e gli raccontai di mia madre, allieva di Emilio Notte all’Accademia di Belle Arti di Napoli, pittrice fino alla mia nascita. Questo lo colpì molto ed un pomeriggio di inizio gennaio mi invitò ad andare a vedere i suoi quadri. Scelse con cura la poltrona, grande e comoda, su cui dovevo sedermi, capii dopo che cercava la luce giusta, e mentre parlavamo di musica e vita napoletana, mi fece dono di questo ritratto. Una persona speciale prima di essere un grande politico, proprio per questo la nostra conoscenza ed il suo dono sono un ricordo prezioso.
Diana Negri

 

Alcuni mesi fa ho ritrovato per caso in un libro, dopo averlo cercato invano per anni, un disegno che mi fu donato da Maurizio Valenzi. Il disegno fu eseguito nel corso di una delle tante riunioni che in quel periodo erano piuttosto lunghe ed impegnative. Valenzi usò due penne di colore diverso, blu e nero, e un mozzicone di sigaretta intinto nel residuo di un caffè. La particolare tecnica ha reso sfumature di colore ambra e in alcuni punti di colore grigio. 
Nel disegno furono ritratti gli assessori comunali Aldo Cennamo e Antonio Scippa e gli operai Vincenzo Barbato (segretario della sezione PCI dell’Alfasud) e Vincenzo Morreale (segretario della sezione PCI “G. Di Vittorio” di San Giovanni a Teduccio, operaio presso l’azienda grafica SAGRAF).
Il disegno non reca la data e Valenzi lo firmò per gioco con il nome di Guttuso. Ho cercato di ricostruire il periodo a cui risale ripercorrendo i ricordi che mi accompagnano al 1983. La riunione era quella del Comitato Direttivo della Federazione Comunista Napoletana.
Il 1983 fu un anno molto particolare a Napoli. Si concluse allora l’esperienza delle Giunte di Sinistra che avevano suscitato grandi speranze. Si insediò il pentapartito. Si consolido un’alleanza fra DC e PSI con l’obiettivo dichiarato di isolare il PCI e di estrometterlo dal governo delle città. Il Pentapartito sarà poi spazzato via da tangentopoli. 
Valenzi era allora uno dei maggiori protagonisti della vicenda napoletana in una fase resa estremamente difficile dalla crisi drammatica dell’apparato industriale, dalla gestione del post terremoto e dalla emergenza criminale e terroristica. Il PCI in quel momento era impegnato in una riflessione sui propri limiti e sulla prospettiva della città di Napoli e del Paese intero.
Enzo Morreale

 

 

Saul Cosenza
Questo disegno di Saul Cosenza fu fatto da Maurizio Valenzi in una riunione del Direttivo provinciale della Federazione napoletana del Pci il 23 novembre 1971.
Il “compagno Saul” (15/7/1925-13/1/1981) era il segretario cittadino del partito a Castellammare ed era un operaio del cantiere navale, personalità di grande carisma e notorietà, molto stimato da Berlinguer che ne decise la cooptazione nel Comitato centrale del partito. Valenzi, con tratto sicuro e felice ironia, legò in un disegno il suo rapporto indissolubile con la città (proconsole con tanto di busto) e la sua storia (l’antica Stabia).

 

Luigi Inbimbo
Lo schizzo che ritrae Luigi Imbimbo, assessore ai lavori pubblici della Giunta Valenzi tra il 1970 e il 1973, fu fatto da Maurizio durante una seduta del Consiglio al Maschio Angioino. L’immagine ci è stata data dalla cara sorella Pina, prima di lasciarci.

 

 

Il ritratto di mio figlio Stefano Cammarota è stato fatto durante un pomeriggio presso la mia abitazione sita a Lucrino in viale degli Oleandri. Maurizio era stato invitato con Litza a trascorrere un pomeriggio in giardino da mio padre, Antonio Varriale.
Mio padre mi raccontò poi che Maurizio fu colpito da questo bambino che si divertiva da solo a studiare un libro di animali e lo ritrasse intento nella sua opera. Al ritorno dal viaggio trovai il disegno incorniciato e da allora è per me un bel ricordo: di mio padre che era un nonno affettuoso e un uomo di grande spessore culturale, il cui confronto mi manca quotidianamente, e di Maurizio
che non gli fece mai mancare la sua amicizia.
Roberta Varriale.
Disegno del 1995

 

Ho lavorato tantissimi anni nella segreteria della Federazione del PCI, in via dei Fiorentini. Maurizio si tratteneva spesso con me e con l’altra segretaria Luciana, ma non si parlava di politica, bensì di casa, dei figli…
Quando ero incinta mi disse: “tuo padre è un uomo ricco!”, “e perché?” risposi “ha preso la SISAL?”. Disse: “Perché ha la fortuna di avere un nipotino, per me sarebbe una grandissima gioia” e io: “Maurì, nella vita non si può mai sapere…”.
Quando mi fece questo disegno aspettavo la seconda figlia e mi disse : “ma tuo padre è proprio un miliardario!”
Qualche anno dopo, un giorno mi disse “dopo ti devo raccontare una cosa, ma dobbiamo stare soli io e te”. Così dopo le riunioni trovato un momento buono, chiude la porta e mi dice “sto per diventare miliardario anch’io: Lucia aspetta un bambino. Sono felicissimo, Litza invece è tanto preoccupata”. Io restai senza parole. Anche Pietro Valenza che era tanto affettuoso fu davvero felice e mi chiese un consiglio per il regalino che portò in clinica alla bimba appena nata.
Angela Montesarchio

 

Antonio Vladimir Marino
Quella estate del 1974 la trascorremmo nel campeggio della CGIL a Capitello, a pochi chilometri da Sapri.
Alloggiammo in una dacia di legno costruita in Cecoslovacchia.Con i miei genitori, Luigi e Paola, ed i miei fratelli Renato e Ivan si andava spesso a Scario,  ma anche zio Maurizio, perché così voleva che lo chiamassimo,  veniva spesso al campeggio, che ospitava compagni anche di altre zone d’Italia.  Di quella vacanza mi resta  questo ritratto, fatto molto rapidamente con un pennarello da zio Maurizio, a testimonianza del suo profondo amore per i bambini. Si divertiva infatti più con i bambini che nelle discussioni con gli adulti, che spesso erano animate e non senza contrasti.La cosa che io ricordo e che anche zio Maurizio per tanti anni ricordava fu di quando giocò con noi alla fine di un pranzo, nominando me CAPITANO, Renato NOSTROMO e Ivan MOZZO, ma Ivan forse perché ritenne questa qualifica offensiva, lanciò una tazzina di caffè che era sulla tavola.Maurizio cercò di spiegargli quali erano le funzioni del Mozzo, ma Ivan non volle sentire ragioni.
Quando Maurizio ricordava a distanza di anni questo episodio ne rideva ancora molto divertito.
Io conservo questo ritratto con tanto amore nel ricordo di un uomo eccezionale.
Allora avevo solo sei anni, ma conservo una memoria vivissima di quelle giornate.
Napoli Novembre 2014
Antonio Vladimir Marino

 

 

Negli anni a cavallo fra il 1963 e il 1968, quelli del suo ultimo mandato di senatore, capitava che Maurizio venisse a cena da noi.
Marisa ed io abitavamo a via Cortina d’Ampezzo, in una cooperativa a cui per nostra fortuna mio padre, dopo molti tenten­namenti e perplessità, aveva aderito (gli sembrava ingiusto avere a Roma una casa di cooperativa, abitando con la sua famiglia a Napoli). L’aveva messa a nostra dis­posizione e Maurizio, quando non andava in albergo, stava con noi nei giorni in cui era impe­gnato nei lavori del Senato, è la casa in cui sono nati i nostri figli e in cui abbiamo abitato per oltre 40 anni.
Avevo conosciuto Maurizio grazie a mio padre e al partito -“il partito”! una parola che se non era seguita da aggettivi, socialista liberale repubblicano, per noi significava PCI, il nostro partito- e ne era nata una reciproca simpatia.
Con Marisa gli avevo chiesto di celebrare il nostro matrimonio, dopo che mio padre sì era sottratte
a una nostra analoga richiesta (mica sono un patriarca della Bibbia).
Ci ritrovammo così il 22 agosto del 62, all’indomani di una scossa di terremoto che c’era stato a Napoli, in un minuscolo ufficio della delegazione comunale dell’Arenella, Maurizio con la fascia tricolore su un abito scuro dietro una scrivani quasi schiacciato contro una parete su cui campeggiava il ritratto di Segni, presi­dente della Repubblica, affiancato da un funzionario del comune; noi di fronte con i testimoni e qualche parente che aveva trovato spazio in quella cella soffocante, mentre la folla di parenti e amici era assiepata fuori. Il caldo e la mancanza di aria fece si che tutto si svolgesse in pochi minuti: per l’emozione, Maurizio, nonostante le sollecitazioni del funzionario, lesse solo un paio di articoli del codice civile, trascurandone altri, e ci dichiarò marito e moglie. Con sollievo di tutti fuggimmo dall’ufficio comunale, per andarcene sulla bella e ospitale terrazza della casa dei miei alla Riviera di Chiaia. E qui Maurizio divertito e un po’ mortificato ci spiegò che si era emozionato e aveva momentaneamente perso la sua abituale disinvoltura perché era alla sua prima esperienza di ufficiale di stato civile. Marisa ed io potevamo vantarci di averlo tenuto a battesimo, come celebrante di matrimoni.
Durante quelle cene romane e nelle lunghe serate che seguivano, nacque e si consolidò la nostra amicizia, che naturalmente si estese a Litza. Un lungo e caro rapporto affettivo durato decenni, che si è ancora più fortificato dopo la morte di mio padre, quando Litza e Maurizio mi hanno fatto sentire tutto il loro calore, trasferendo su di me una frazione del grande affetto che li legava a mio padre.
La loro naturale generosità e la freschezza dei sentimenti che li ha animati, mi hanno permesso, sin dal primo momento, di avere con loro un rapporto paritario, anche quando le mie esperienze di vita, i miei interessi culturali, la mia ricerca di nuovi orizzonti mi portavano a percorrere altre strade dove scoprivo nuovi valori, nuove realtà politiche che nascevano nella società, spesso divergenti o contrapposti alle scelte del partito, ma senza mai rinunciare agli ideali di giustizia e di eguaglianza che erano stati alla base della mia scelta di campo. Da qui le inevitabile polemiche e discussioni che Maurizio e Litza affrontavano senza mai schiacciarmi sotto il peso delle loro personalità: rivoluzionari che in gioventù avevano animato la lotta antifascista in Tunisia, affrontando persecuzioni, carcere, torture e poi le asprezze e le difficoltà, di una diversa lotta politica nei primi anni di vita napoletana. Sempre pacati e decisi a difendere il partito e le sue scelte, anche quando  in anni successivi -con coraggio, onestà e sofferenza- hanno voluto drasticamente rivederle.
Una bella e cara amicizia che si è interrotta con la loro morte e il gran vuoto che hanno lasciato. Io cerco di colmarlo con i ricordi che ho di loro. Anche delle lontane serate di via Cortina d’Ampezzo, quando Maurizio in una pausa delle sue riflessioni di politica estera (la guerra del Vietnam, il Movimento dei paesi non allineati, il colpo di Stato in Indonesia, l’assassinio di Sukarno e di centinaia di miglia di comunisti) con una matita o una biro, sul primo foglio di carta che trovava, si metteva a disegnare: Marisa che allattava, Mario, Francesca che era la sua preferita, Giulio. Ricordo con precisione quei disegni che avevamo accuratamente riposto in una cartellina di cartone perché non si sciupassero e conservato in un cassetto della scrivania e mai più ritrovati, nonostante ricerche periodiche e ripetute; fino a quando abbiamo dovuto rassegnarci con l’impegno reciproco, fra me e Marisa, di non conservare mai più le cose che ci sono care, ma di tenerle bene in vista, a portata di mano.
Di quei disegni serali si è salvato solo quello fatto a mio padre: pochi tratti decisi di matita nera, un ritratto a mezzo busto, la faccia e la mano che regge la sigaretta colorata con caffè, dal dito di Maurizio immerso nella tazzina. Si è salvato perché papà volle farlo incorniciare subito.
L’altro, quello che mi ritrae e si va lentamente sbiadendo, Maurizio lo fece nel 91’, nella sua casa di via Manzoni. Ero seduto con Litza intorno al grande tavolo a centro del soggiorno e ci stavamo scambiando le ultime impressioni su un libro che avevamo appena letto, quando Maurizio con pochi tratti di penna mi disegnò. Per non correre rischi, l’ho incorniciato e messo nella mia stanza.
Ivan Palermo

 

Ritratto di Giulio Andreotti fatto da Maurizio Valenzi nel 1955 utilizzando una busta del Senato, oggi conservato nell’archivio Andreotti all’Istituto Sturzo.

Ringraziamo Serena Andreotti per averlo condiviso con noi.

 

 

Non rammento con esattezza il giorno in cui mi fu fatto questo ritratto, sicuramente siamo  verso la fine degli anni 80. La sede, come testimonia anche la carta intestata su cui lo schizzo è stato eseguito, la ricordo bene: la redazione napoletana dell’Unità di via Cervantes.
Maurizio Valenzi era ancora Deputato Europeo ed io, da poco neo laureato, sognavo di diventare giornalista.
Avevo lasciato l’attività politica e la militanza già da qualche anno, proprio su suo consiglio.
“Studia!” mi aveva detto, ed io lo avevo fatto, per colmare quelle enormi lacune che con i suoi modi bruschi mi faceva notare.
Quando mi passo quel foglietto lo considerai un regalo per averlo ascoltato, ma lui, sicuramente, nemmeno si ricordava del consiglio dato a quel giovane di periferia che  faceva il capetto senza cultura. Io lo ricordavo bene, invece.
Il documentario che molti anni dopo ho contribuito a realizzare sulla sua vita è stato anche un modo per ripagare a quel prezioso consiglio.
Mimmo Pennone

 

Fui presentata a Litza e Maurizio negli anni ’80, quando egli, sindaco di Napoli, venne a Pozzuoli per la riapertura dell’Anfiteatro Flavio, breve apertura perché cominciò il bradisismo con conseguente evacuazione della città. Ci rivedemmo anni dopo per una mostra di Maurizio sulla Rivoluzione Partenopea, organizzata dall’associazione “Il Corvo”, da me ora presieduta. Ci incontrammo con Maurizio e poi conoscemmo Litza, fu un innamoramento, non ci lasciammo più. Furono carissimi amici senza barriere di tempo e di età.
Maria Guarino

 

 

Ottimismo e speranza sono stati sintomatici di questo grande uomo. Li ha espressi chiaramente nel suo ultimo libro autobiografico intitolato “Confesso mi sono divertito”. Più che novantenne, con una vista sempre più debole, soprattutto dopo le insistenze di Litza, mi regalò i suoi cavalletti e i vari arnesi per dipingere. Conservò però per sé un cavalletto e una cassetta di colori, a Litza che gli chiedeva il perché, rispose che non si poteva mai dire, e che un giorno forse avrebbe potuto e voluto usarli.

Aldo Zanetti

 

 

Silvana Campese

Maurizio con Luciano Guarino, mio marito, ebbe un rapporto di stima e fiducia nell’ambito lavorativo poiché lo aveva scelto sulla base della competenza e dell’esperienza affinché entrasse a far parte del gruppo di lavoro accanto a sè durante il Commissariato per la Ricostruzione post terremoto 1980 e le sue aspettative non andarono deluse: Luciano lavorò moltissimo e bene in quegli anni difficili. Il ritratto, non a caso, lo coglie in una sua espressione tipica, di certo durante una riunione di lavoro a Palazzo San Giacomo: molto concentrato sulle carte, le dita che tormentano la fronte e i capelli… Mio marito aveva a sua volta grande stima nei riguardi di Maurizio ancor prima di essere da Lui scelto. Successivamente  alla stima si aggiunse affetto profondo.

Per quanto riguarda invece il mio ritratto devo dire che ricordo solo che eravamo al Maschio Angioino per un convegno ma non saprei dire, a distanza di tanto tempo, se di carattere istituzionale o no. Ricordo però che io ero in prima fila ad ascoltare e Maurizio mi ritrasse senza che me ne accorgessi. Ero lì in rappresentanza della Cooperativa “Tre Ghinee-Nemesiache”, che Maurizio riconosceva ed apprezzava. Ma il rapporto personale di affetto e stima reciproca Lui lo aveva con Lina Mangiacapra , fondatrice e Presidente della Cooperativa.

Silvana Campese

Marisa Figurato
Eravamo a Palazzo San Giacomo, nella sala della giunta. Maurizio Valenzi era sindaco di Napoli e io ero uno dei quattro o cinque giornalisti invitati alla conferenza stampa indetta per la mattina del 24 settembre 1979. Non eravamo così pochi per un’accurata selezione di inviti, ma soltanto perché eravamo tutti lì: Mattino, Roma, Paese Sera, l’Unità, Ansa. Una televisione privata muoveva i primi passi e la Rai non aveva ancora varato le edizioni regionali dei tg. Dunque niente selva di microfoni, né arrembaggi per conquistarsi l’intervista. Tutti seduti attorno a un tavolo, sindaco, assessori e noi.
L’assessore competente (ahimé non ricordo chi fosse) parlava, io prendevo appunti e Maurizio Valenzi, seduto di fronte a me, scribacchiava. Almeno così mi sembrava, finché lui non fece scivolare verso di me il foglio che aveva davanti, e scoprii che mi aveva fatto un ritratto. Sapevo che di tanto in tanto lo faceva e mi fece molto piacere entrare nel novero dei suoi soggetti.
Ricordo perfettamente la scena, mentre non ricordo affatto quale fosse il tema della conferenza stampa. Probabilmente non era nulla di epocale, soltanto un incontro come tanti per illustrare qualche provvedimento appena adottato dall’amministrazione comunale. Lo deduco dal fatto che non ne ho trovato traccia fra i ritagli d’archivio dei giornali, che in quei giorni raccontavano di sequestri di navi contrabbandiere, del processo in corso contro i Nuclei Armati Proletari o dell’imminente appello contro il presunto mostro di via Caravaggio.  Era un periodo impetuoso per la città, che cercava di chiudere i conti con i primi fenomeni di un terrorismo che di lì a poco sarebbe riesploso con ancor maggior violenza, e contemporaneamente assisteva a una feroce guerra criminale scatenata da Raffaele Cutolo per controllare l’economia illegale del territorio.
Una decina di giorni prima di quella conferenza stampa era stato eletto presidente della nuova giunta regionale Ciro Cirillo, che a distanza di un anno e mezzo sarebbe stato sequestrato dalle brigate rosse e rilasciato dopo un’inquietante trattativa fra apparati dello stato, terroristi e criminalità organizzata. A questa brutta storia, sulla quale nel 1993 scrissi un libro, si lega un altro “cimelio” di Maurizio Valenzi, che conservo e di cui sono molto orgogliosa.
È una lettera “espresso”, che una mattina trovai fra la posta. Il fatto in sé già mi sorprese. Era scritta con una penna stilografica, su carta intestata col suo nome, indirizzo, numero di telefono, nessun titolo onorifico o accademico. Iniziava con un, Gentile amica e parlava del mio libro.
Cominciai a leggere in uno stato d’animo di allerta. Ero innegabilmente soddisfatta per il fatto che Maurizio Valenzi avesse deciso di leggere quel mio lavoro, ma temevo che – sia pure col garbo e la signorilità proprie della persona –  a un certo punto sarebbero piovute critiche e rimostranze per come avevo raccontato la vicenda. Lui allora era sindaco di Napoli e quello che io chiamai il patto inconfessabile aveva segnato pesantemente quel periodo. E invece, a mano a mano che le righe scorrevano, il timore si sciolse e subentrò un progressivo compiacimento.
Nessuna critica. Condivideva la mia ricostruzione di quel “periodo diciamo pure storico che abbiamo vissuto”. “I fatti – scriveva – sono spesso ambigui di per loro stessi, in quanto nascono in un clima di oscura impostura e di grande confusione e incertezza”. Confidava anche la sua amarezza per non essere riuscito a portare dinanzi ai giudici i politici che all’epoca gli avevano lanciato accuse e che lui aveva querelato.
Non so se quella lettera è un documento diciamo pure storico (come avrebbe scritto lui), ma confesso che non è per questo che la conservo ancora dopo tanti anni. È perché mi scrisse “desidero soprattutto lodare l’obiettività nell’esporre i fatti” che, detto da una persona della sua statura, è il più bel complimento che si possa fare a un giornalista.
Marisa Figurato
Antonio Grieco

 

 

Antonio Grieco
Ricordo molto bene i momenti in cui Maurizio realizzò questi miei due ritratti.
Nel primo, quello del 1985, eravamo in una riunione nella sala del Comitato regionale del PCI, che si trovava a Palazzo Reale, a Napoli. Faceva molto caldo. Maurizio sedeva dietro il tavolo della presidenza. Io invece mi trovavo in prima fila. C’erano le sedie con il bracciolo scrittoio, e, di tanto in tanto, prendevo appunti e appoggiavo i gomiti sulla piccola tavola. Maurizio iniziò a disegnare durante la discussione, subito dopo la relazione, se non vado errato, di Eugenio Donise. Mi osservava e poi schizzava col pennarello sul foglio, con grande attenzione e precisione. Non restai sorpreso che era impegnato a ritrarmi, perché Maurizio, durante le riunioni, spesso disegnava anche su minuscoli fogli di appunti. In quel momento, dava la sensazione di appartarsi completamente. Poi, invece, da una battuta fulminante, scoprivi che niente gli era sfuggito del dibattito, e che nemmeno per un attimo si era distratto dalla riunione.
Questo fatto, che costituiva un’ulteriore dimostrazione della sua straordinaria intelligenza, devo dire, mi aveva sempre impressionato. Ma, forse, ritrarmi, in quel periodo, aveva anche il significato di dimostrarmi, allo stesso tempo, affetto e una certa intesa e complicità. Io allora ero responsabile fabbriche della federazione napoletana del PCI, e Maurizio era tra i pochi compagni del partito a sapere che ero legato a Paolo Ricci, non solo da vincoli familiari (mia madre era sua nipote), ma anche da profonda amicizia. Così spesso, oltre a chiedermi dello stato disastroso delle fabbriche napoletane, soprattutto dell’Italsider di Bagnoli, mi chiedeva di Paolo, della sua salute, delle difficoltà di Piera, moglie dell’artista critico. Qualche volta capitava di discutere e commentare insieme le illuminanti analisi di Paolo sull’arte del Novecento o sul teatro napoletano, di cui era uno straordinario esegeta. Per tornare al primo ritratto, devo dire che mi colpì il modo, alla fine, di rifinirlo. Maurizio inumidì il pollice della mano sinistra e con lentezza iniziò a lavorare, con piccoli tocchi, alle ombre del volto. Dopo averlo rifinito nei particolari, mi chiamò, appose la firma e la data, e mi disse: “Questo è tuo”. Vidi il ritratto. Era molto bello. Aveva qualcosa dei ritratti di Giacometti. Lo ringraziai, dicendogli che mi aveva “scolpito” L’altro ritratto, quello del 1986, fu realizzato (con la biro) durante una riunione che si tenne nella sala della Biblioteca della federazione napoletana del PCI, in via dei Fiorentini. Avevo di fronte Maurizio che ad un certo punto cominciò ad osservarmi e, socchiudendo leggermente gli occhi, iniziò a tratteggiare il mio volto. In quel momento, come in altre occasioni, sembrava completamente isolarsi da tutti, ma, come ho detto prima, questo era solo un’impressione. E difatti, anche questa volta, subito dopo aver finito la sua creazione, intervenne con la solita autorevolezza. Notai che questa volta, Maurizio, nel ritrarmi, impiegò molto meno tempo della volta precedente. Mi aveva colto chino sul tavolo tra i miei appunti. Ed anche questo, lo considerai un segno di affetto. La mia amicizia con Maurizio continuò dopo la morte di Paolo. Molte furono le riunioni a cui fui chiamato a partecipare nella sua bella casa di Via Manzoni accolto dalla dolcezza e dall’ospitalità di Liza, per parlare di Paolo e delle iniziative da mettere in atto, mi diceva, per ricordarlo in modo adeguato. Oggi, possiamo tranquillamente affermare che dobbiamo a Maurizio, alla sua risolutezza e alla sua tenacia, se si è riusciti a Napoli a ricordare Paolo Ricci con importanti mostre antologiche dei suoi dipinti e con un’analisi attenta da parte di molti intellettuali sulla sua  poliedrica opera di studioso dell’arte, del teatro e della cultura napoletana.
Antonio Grieco

 

Diana Franco

 

 

Diana Franco

Valenzi una persona molto affabile, con un bagaglio culturale pieno anche di ricordi. Alcune volte si parlava del suo passato trascorso in periodo di guerra, altre volte si parlava di arte e di commenti sulla città. Ho sempre stimato Maurizio per la sua leale onestà. Alcune volte passava al mio studio di pittura, forse proprio per il bisogno di disegnare. Infatti mi chiedeva sempre una matita e carta, credo che questo è stato uno dei suoi piaceri maggiori. Purtroppo per delle perdite di acqua nel mio studio si sono distrutti diversi disegni tra cui anche di Maurizio con mio grande dispiacere. La figura carismatica di Maurizio rimarrà per sempre nella mente dei cittadini napoletani e dei suoi amici come un personaggio da stimare e ricordare.

Diana Franco

Lina Mangiacapra
Ritratto di Lina Mangiacapra
29 marzo 1978Forse era un convegno in occasione di un anniversario per la morte di Totò a Villa Pignatelli. Ho un ricordo molto vago. Ricordo solo che Maurizio era particolarmente concentrato nel ritrarre mia sorella Lina. Ne uscì un disegno veramente simpatico, che abbiamo sempre conservato con affetto. Lina e Maurizio avevano un rapporto di grande stima reciproca, non solo dal punto di vista artistico, ma anche sul piano politico e sociale. Il movimento delle Nemesiache, di cui io e Lina facevamo parte, fu giustamente riconosciuto e apprezzato grazie a Maurizio Valenzi. Nel disegno emerge tutta l’eccentricità e l’originalità del gruppo, dedicato alla dea della vendetta Nemesi: indossavamo stivali alti, pantaloni in pelle, borchie e gilet fatti da noi o appositamente per noi; portavamo cappelli bizzarri, talvolta da poliziotti, per ironizzare e criticare la violenza.
Teresa Mangiacapra

Alessandro Pulcrano

Il disegno è datato al 21 febbraio 1992, mi ritrae durante una riunione. Non ricordo di cosa si discuteva, ma si trattava certamente di un direttivo del Pci in cui era presente anche Maurizio. Il disegno mi fu regalato subito dopo la riunione e ad oggi è nel mio Ufficio.

Un antico rapporto di conoscenza e stima mi legava a Maurizio, un rapporto rafforzatosi in un periodo particolarmente stimolante della mia militanza politica. Sono stato infatti responsabile della FGCI negli anni in cui Maurizio era sindaco: anni critici, ma di grande attivismo. Organizzavamo i giovani del Partito per portare i soccorsi in Irpinia e dare materialità alla lotta contro le infiltrazioni camorristiche del post-terremoto. Di quella riunione posseggo anche una foto.

Alessandro Pulcrano

 

Simonetta De Filippis
Simonetta De Filippis, 27 ottobre 1973.
Nell’ottobre del 1973, avevo tra i ventitre e i  ventiquattro anni, mi trovavo ad una manifestazione nazionale del PCI alla Mostra d’Oltremare. Maurizio Valenzi era alla presidenza e accanto a
lui c’erano anche Pietro Ingrao, Giorgio Napolitano e Abdon Alinovi. Ero seduta in prima fila e mi accorsi che Maurizio, che avevo conosciuto alla fine dell’anno precedente, per tutto il tempo mi guardava e scribacchiava qualcosa su un foglio di carta. Ogni tanto anche Ingrao si sporgeva a guardare sul foglio di Maurizio e poi guardava me e annuiva con la testa. Quando scese dal palco mi diede questo ritratto, nel quale riconosco il maglione a collo alto azzurro che in quel periodo indossavo spesso, insieme ad un paio di pantaloni dello stesso colore – una mise che amavo molto. Ricordo che quando lo vidi rimasi un po’ stranita, poichè sul momento non ci si riconosce mai completamente, anzi si prova l’impressione di uscirne addirittura peggiorati, ma poi con il tempo mi sono resa conto che in quel ritratto Maurizio aveva colto molti aspetti di me.
Simonetta De Filippis

Eugenio Baffi
E’ un ritratto mio: e la storia e’ curiosa.
Maurizio mi invito’ a casa, perche’ scegliessi un suo quadro da tenere per ricordo. Gli dissi che se un suo quadro era nella sua casa, doveva essere un quadro che significava molto per lui, e non volevo che se privasse. Mi avrebbe fatto felice invece  un mio ritratto, come si parva licet quello che cinquanta anni prima aveva fatto a  Don Adriano. Cosi’ venni a prenderlo una mattina di dicembre, e lo accompagnai ad una mostra, a via Costantinopoli. Aveva con se’ il blocco ed i carboncini, ci sedemmo in una saletta, ed ecco il ritratto.

E, sempre si parva licet, e’ tra le mie cose più care: mi ricorda – ad un tempo – il mio adorato Maestro ed il mio amico Maurizio. Anche se non li dimenticherei mai!
Eugenio Baffi

Adriano Reale

Adriano Reale al Comitato Nazionale di Liberazione, 20 novembre 1944

E’ un ritratto di Adriano Reale, era tra le cose piu’ care a Don Adriano.. Ebbi il privilegio di affiancare Don Adriano nella difesa di  Maurizio, in piena tangentopoli, da una accusa nientemeno che di concussione (a Maurizio, figurati!). Non fu difficile stravincere: dopo un memorabile interrogatorio, che racconto qui di seguito, la Procura chiese l’archiviazione.

Erano i giorni convulsi di tangentopoli. Un imprenditore del nord est, inquisito per altro, nel corso di un suo interrogatorio raccontò che anni addietro suo padre  aveva pagato una somma di danaro al Sindaco di Napoli. Apriti cielo. Avviso di garanzia a Maurizio.
Chiediamo l’interrogatorio che ci viene fissato con cortese sollecitudine, e ci presentiamo, Maurizio, don Adriano ed io, con un librone sotto il braccio. Perchè in effetti il padre dell’inquisito la somma la aveva versata: ma il figlio – pur nella piu’ assoluta buona fede – non era bene informato. Si trattava infatti di un generoso e spontaneo contributo alla pubblicazione delle corrispondenze diplomatiche tra l’ambasciatore veneziano a Napoli e la Repubblica della Serenissima, volume curato dall’Istituto Italiano per gli Studi filosofici, con in quarta di copertina il ringraziamento ai munifici sostenitori dell’iniziativa, tra i quali era ovviamente menzionato l’ imprenditore in questione. E la accusa svanì, nonostante il clamore mediatico che – nonostante la riservatezza della Procura – la notizia comunque trapelata aveva suscitato.
Ma l’incipit dell’interrogatorio rimane indimenticabile.
Ricordo Maurizio – che era, a dire il vero, un po’ seccato – come fosse oggi, con il suo cappotto di cammelo e la sciarpa rossa, troneggiare davanti la scrivania del Pubblico Ministero.
Il quale, gentilissimo, lo accolse con garbo e sensibilità, fece portare il caffè, e quindi iniziò la verbalizzazione.
Con le domande di rito: nome, cognome, data di nascita, professione, esercizio di cariche pubbliche, possidenze immobiliari, assolvimento agli obblighi di leva, e le relative risposte.
Fino alla domanda: “ha mai riportato condanne penali?”
Risposta: “Si. Sono stato condannato all’ergastolo dal Tribunale speciale per la difesa dello Stato, ed a morte dal tribunale del governo collaborazionista di Vichy”
Domanda: “Intendo dire in epoca repubblicana?”
Risposta: “No. Solo i fascisti hanno avuto da ridire sul mio operato!”
E ricordo che il Pubblico Ministero, tra i più esperti ed autorevoli del pool, arrossì con un lieve imbarazzo.
Dopo di che cominciammo a difenderci. Dopo qualche giorno, la richiesta di archiviazione era firmata.
Questo il ricordo, di come si possano coniugare fierezza ed umiltà: un amalgama miracoloso e difficilissimo, che Maurizio ed il suo vecchio amico Adriano Reale fondevano con una naturalezza che non ha mai cessato di stupirmi.
 
Non avere più con noi uomini di tanta altezza e’ doloroso. Ma niente e’ per sempre. E noi almeno li abbiamo conosciuti, e possiamo raccontarlo ai tanti che non hanno potuto neanche affacciarsi nel giardino incantato della loro amicizia.
 
Eugenio Baffi

Achille Lauro

Un freddo pomeriggio di molti anni fa – inverno 1980 – ebbi la fortuna, io giovane cronista di “Panorama”, di passare qualche giorno con Maurizio Valenzi, sindaco amatissimo di una città ferita dal terremoto eppure convinta di poter finalmente risorgere: nella disperazione, sommersa dai calcinacci, impaurita dalle crepe dei palazzi dei Quartieri Spagnoli, Napoli sognava un riscatto.

Furono ore di conversazioni appassionate, storia di ieri e cronaca vissuta. Il Palazzo del Comune, puntellato anch’esso, era un formicolìo incessante di disperati, senzatetto, bisognosi. Maurizio riceveva tutti, parlava con tutti, scendeva in strada, lasciava la piazza per il vicolo. Era sovrastato da un mare di dolore e di problemi irrisolvibili. L’intellettuale colto e sensibile comprendeva che la tragedia poteva diventare per Napoli l’occasione della resurrezione oppure rappresentare l’esito finale di una secolare stagione di degrado; l’amministratore appassionato si batteva senza tregua per i soccorsi, i finanziamenti, gli alloggi alternativi; l’uomo cercava di mediare tra le due anime del suo modo originalissimo di fare politica scagliandosi contro gli “acchiappanuvole” – li chiamava così – che pensavano solo alle magnifiche sorti e progressive senza curarsi del drammatico giorno per giorno.

Io ero affascinato da lui e dagli argomenti che sollevava. Due napoletani – un grande intellettuale e uomo politico e un giornalista alle prime esperienze – guardavano alla loro città con gli occhi di esperienze e lavori diversi e lontani. Nacque tra noi una forte simpatia. Tanto che a un certo punto, ricordando gli anni del grande sacco di Napoli che certo aveva avuto il suo peso negli esiti del terremoto, Maurizio mi mostrò un suo vecchio schizzo di vent’anni prima che mostrava in primo piano un Achille Lauro grottesco – quel naso, dio quel naso! – e sullo sfondo Palazzo San Giacomo e una fila di lecci sradicati: avrebbero lasciato spazio a quelle orrende fontane degradanti che i napoletani avrebbero presto ribattezzato ‘e vasche d’e capitune… All’estremo gesto di arroganza di un sindaco-padrone convinto di poter fare e disfare della città, all’atto simbolico del laurismo rapace e speculatore, il popolo aveva risposto con il consueto disincanto.

Il disegno era stato buttato giù di getto su un foglietto di carta rimediato in qualche cassetto della Sala dei Baroni. Me lo illustrò, me ne spiegò l’origine, rievocò l’agitata seduta del consiglio comunale dove fu presa quella misera decisione che poi avrebbe ispirato Francesco Rosi per una scena famosa del film “Le mani sulla città”, forse era stato anche pubblicato, su “Paese Sera” o su “l’Unità”, non ricordava bene, non ne era certo. E alla fine me lo regalò. Da allora lo schizzo di Maurizio mi ha accompagnato in ogni redazione dove ho lavorato. Occhieggia dalla libreria del mio ufficio, dietro la scrivania. L’ho messo lì di proposito: chi siede davanti a me inevitabilmente gli lancia uno sguardo e me ne chiede conto. Così, ogni volta racconto la sua storia. E ne sono felice e commosso, come il pomeriggio in cui Maurizio me lo allungò con un sorriso.

Bruno Manfellotto

Jacqueline Disegni
Maurizio è sempre stato presente nella nostra vita, mia e di Vittorio, mio marito. Vittorio era un lontano cugino suo (le loro famiglie erano originarie di Livorno). Per me è stato diverso.  Quando ero una ragazzina di 8-9 anni, cioè negli anni trenta, Maurizio era un giovane ventenne, bel ragazzo, pittore e amico di pittori, molto anticonformista (anche se figlio di un famiglia estremamente conformista) e partecipava, con i suoi amici, alle festicciuole che ragazzi e ragazze di buona famiglia organizzavano ogni tanto a casa loro. Mia sorella maggiore, con i suoi amici, ne organizzava qualche volta a casa nostra ed è così che ebbi la possibilità di vederlo e guardavo, prima di andare a dormire, ballare e divertirsi «i grandi», fra cui, appunto, Maurizio, che era  un formidabile «animatore», ricercatissimo da tutte le ragazze !
Poi, non ebbi più nessuna occasione di rivederlo nè di sentire parlare di lui. Le vicende dell’epoca, il nazismo, e poi la guerra, la sconfitta francese, fecero sì che, spinta da Vittorio, che si era già impegnato nella lotta con gli antifascisti di Tunisi, cominciai a «studiare» i classici del marxismo, perchè, il partito essendo nella clandestinità, non ero assolutamente autorizzata (nè adatta del resto) a farne parte. Dopo la Liberazione, quando il partito emerse alla luce del giorno, e che furono costituite le «cellule» di quartiere dove si studiavano testi teorici del marxismo e si organizzavano campagne di «reclutamento» e diffusione della stampa del partito, capitò che in una di queste riunioni, venne il «grande» Maurizio per farci una lezione di storia della Tunisia e darci un’idea di quella che era la situzione e la vita dei «fellahs» (contadini e operai agricoli) della Tunisia.
Quando Vittorio ed io decidemmo di partire vivere in Italia, se abbiamo scelto di andare a Napoli, è proprio perchè lì c’era Maurizio che era sempre per noi la figura esatta delle qualità umane del vero  uomo e «militante».
 Siamo sempre stati accolti con calore e simpatia affettuosa (spesso divertita) da lui e da Litza. Tutte le vicende poi dell’esistenza, le distanze geografiche, ecc. non  hanno mai influito sul legame di affetto reciproco e di stima.