Collezione Valenzi

La mostra ospita una selezione di circa 60 opere, provenienti dalla collezione di Maurizio Valenzi, raccolta tutta attraverso doni degli artisti amici, nel corso della sua vita centenaria. 

La mostra consente di aprire angoli visuali su diversi momenti dell’arte e della cultura del Novecento, soprattutto napoletano. Ma la raccolta si propone anche come una narrazione affettiva, che racconta ambienti, incontri, relazioni, vicende. 

Come artista Valenzi prediligeva la pittura figurativa, il disegno, il ritratto, ma questa mostra testimonia la sua ampia apertura e curiosità per ogni forma d’arte, mai asservita agli interessi politici. 

Si possono ammirare nell’esposizione opere di artisti internazionali, italiani e napoletani, tra cui Sebastiàn Matta, Josè Ortega, Moses Levy, Renato Guttuso, Carlo Levi, Antonio Corpora, Vincenzo Gemito, Emilio Notte, Paolo Ricci, Armando De Stefano, Salvatore Emblema, anche opere di amici non professionisti, che Maurizio Valenzi apprezzava per la pregevole fattura e per il valore affettivo, come Guido Sacerdoti o Amintore Fanfani. 

La collezione accoglie, oltre ad opere pittoriche ed una sezione dedicata ai disegni, i bozzetti in bronzo originali del Monumento alle Quattro giornate di Napoli di Marino Mazzacurati, ceramiche e piccole sculture tra cui quelle di Antonio Borrelli e Giuseppe Antonello Leone. La mostra vede oggi anche nuove acquisizioni di opere donate da artisti alla Fondazione Valenzi.  

Maurizio Valenzi

Piatto s.d. ceramica dipinta

Nel febbraio 1942 Valenzi venne condannato all’ergastolo e ai lavori forzati nella fortezza algerina di Lambèse. I disegni di Lambèse costituiscono uno dei cicli più importanti nella produzione artistica di Valenzi e trent’anni più tardi si tradurranno in quadri o anche in oggetti di ceramica, prodotti da aziende di Vietri sul Mare a cura di Geppino Cilento. 

Queste immagini, come scrive Claudio Strinati nel catalogo della mostra “Maurizio Valenzi. Arte e Politica” descrivono un’umanità né triste né lieta, in una sorta di limbo, “dei dolenti sospesi in mezzo ai mali del mondo, ma che appaiono stranamente intoccati dalla mala sorte”.   

Vincenzo Aulitto

Lunetta Leggera

Nato nel 1955 a Pozzuoli dove vive e lavora. La sua ricerca artistica è incentrata sul rapporto uomo-ambiente in un coinvolgimento dei sensi e degli elementi primordiali. 
L’opera presente in Fondazione è la lunetta, realizzata con cartapesta e pigmenti ad encausto. 
La natura si rivela attraverso la luce e il colore, che diventa una forza strutturante dell’opera.
Nelle opere più recenti si avverte una maggiore attenzione per la composizione, l’iconografia e il manifestarsi del corpo con i suoi particolari.  

L’opera è stata donata dall’autore alla Fondazione Valenzi e posta in mostra il 6 maggio 2017.

Eduardo De Filippo - Autoritratto, s.d., litografia, mm 690x490

Eduardo De Filippo

Autoritratto, s.d., litografia, mm 690×490

Mio caro Maurizio, 

ricorda sempre che alle offese, alle ingiurie 

e alle calunnie il Napoletano deve rispondere con il suo orgoglio! 

Il tuo Eduardo” 

 

L’appartenenza del grande attore, regista e commediografo Eduardo De Filippo al circolo di intellettuali che si riuniva a casa di Paolo Ricci, dove ha conosciuto Valenzi, e l’appoggio al suo impegno come sindaco di Napoli è testimoniata anche dalla dedica di questo autoritratto. Uno degli aneddoti raccontato da Maurizio nella propria autobiografia, riguardo la stesura definitiva del testo Napoli Milionaria: Paolo Ricci, racconta Maurizio, voleva far togliere dalla sceneggiatura la famosa frase “Adda passà ‘a nuttata”, considerandola un esempio della rassegnazione del popolo napoletano, e da questo ne nacque un lungo diverbio con Eduardo che divertì gli astanti.

Josè Ortega

Senza titolo, pennarelli su carta, cm 23×16

La dedica di Josè Ortega (1921-1990), artista spagnolo rappresentante del realismo sociale durante Guerra Civile spagnola,  recita: “Al mio Compagno Valenzi in omaggio al combat comune pittore e politico” 

Ortega per le proprie opere si ispira spesso alla sofferenza dei lavoratori della terra, come avviene anche per il disegno in mostra che rappresenta un mietitore di grano. La sua è una pittura di denuncia delle condizioni di vita degli ultimi. 

Il suo impegno politico e le sue posizioni antifranchiste lo portano prima alla prigionia e poi, a partire dagli anni ‘60, ad un lungo esilio.  

 

Sebastiàn Matta

Lettera illustrata, anni Ottanta, tecnica mista su carta, cm 30×21

Don Chisciotte, anni Ottanta, tecnica mista su carta, cm 10×21

La lettera qui esposta è stata inviata da Sebastiàn Matta (1911-2002) a Maurizio Valenzi durante i preparativi organizzativi della mostra Matta. Odisseano si è fermato a Napoli, svoltasi a Napoli, Palazzo Reale, nel 1981 quando Maurizio era sindaco.  

La lettera recita

Caro Maurizio: tutti abbiamo telefonato il 655624, al meno 600.000 volte. 

Ti abbiamo telefonato con il vino, salsicce, bottiglie, di ½ notte, tutti nudi, vestiti, con toni fini, in terrazza, a mano armata, e dolcemente, ma senza fortuna. Vi abbraccio tutti di famiglia a famiglia. 

Maurizio Valenzi, dopo l’elezione a Sindaco di Napoli, aveva varie volte cambiato numero di telefono a causa delle continue chiamate da parte di cittadini con le pretese più disparate.  

Per questo, nonostante gli innumerevoli tentativi nelle diverse condizioni, Sebastian Matta non era riuscito a contattarlo e si è divertito inviando questi disegni.  

Jules Lellouche e Moses Levy

E’ Tunisi lo scenario dell’incontro tra Jules Lellouche, Moses Levy e Maurizio Valenzi.  In comune i tre artisti hanno, oltre all’appartenenza alla comunità degli ebrei livornesi di Tunisi, l’adesione alle avanguardie del Novecento. La Tunisia di inizio Novecento, protettorato francese, sfugge al provincialismo e risente fortemente dell’influenza delle correnti artistiche delle avanguardie parigine.  

Jules Lellouche

Prostituta, anni Trenta, olio su tela, cm 30×40

Nudo, anni Trenta, olio su tela, cm 22×15 

Promenade, 1935, olio su masonite, cm 16×22 

Nato nel 1903, considerato tra i pittori che hanno dato maggior lustro alla Tunisia, non ha usufruito di una formazione artistica classica. Nato da una famiglia ebraica di modeste condizioni è un autodidatta. Dopo aver esposto le sue prime opere a Tunisi nel 1921 vince una borsa di studio a Parigi nel 1926, dove scopre l’ambiente delle avanguardie artistiche e i grandi pittori del passato. Richiamato alle armi nell’esercito tunisino nel 1940, ritorna a Parigi nel 1948. Vi muore nel 1963. 

Moses Levy

Festa in albergo viareggino, anni Trenta, olio su masonite, cm 14×20 

Il più anziano dei tre è stato per gli altri un maestro. E’ sotto l’influenza di Moses Levy che Maurizio aderisce alle correnti dell’avanguardia con Antonio Corpora e Jules Lellouche. 

Nato nel 1885 da padre inglese e madre italiana, si è formato in Italia a Firenze, insieme a Giovanni Fattori. Costretto a lasciare l’Italia a causa delle leggi razziali si trasferisce a Nizza e successivamente fa ritorno a Tunisi. Dopo la seconda guerra mondiale si trasferisce prima a Parigi, poi a Firenze, e nel 1961 definitivamente a Viareggio dove muore nel 1968. A predominare nelle sue tele è il sapore mediterraneo, i colori forti, e i soggetti della sua pittura sono spesso legati alla cultura locale.  

Renato Marino Mazzacurati 

Monumento alle Quattro giornate di Napoli, bozzetto, 1964 ca., bronzo cm 22x12x4 

Monumento alle Quattro giornate di Napoli, bozzetto, 1964 ca. bronzo, cm 34x17x4 

Monumento alle Quattro giornate di Napoli, bozzetto, 1964 ca., bronzo, cm 39x17x4 

Monumento alle Quattro giornate di Napoli, bozzetto, 1964 ca., bronzo, cm 42x20x4

Cavalli, s.d., china su carta, mm 700×1000

Nato nel 1907, pittore e scultore impegnato, aderisce nel 1944 alla mostra collettiva Arte contro la barbarie e poi al “Fronte nuovo delle arti”. In seguito si dedica sempre più assiduamente alla scultura pubblica e commemorativa, convinto che l’arte possa svolgere una funzione sociale. Sue opere sono il Monumento al Partigiano di Parma (1964), il Monumento alla Resistenza di Mantova e il Monumento alle Quattro giornate di Napoli di cui sono in mostra i bozzetti d’autore. Il Monumento alle Quattro Giornate fu concepito nel 1964 e inaugurato nel 1969, anno della morte di Mazzacurati. In questo periodo Maurizio Valenzi lo frequenta assiduamente e si batte per la realizzazione dell’opera.  Il monumento  rappresenta la ribellione popolare contro l’occupazione fascista di Napoli, la prima città d’Europa a liberarsi dall’oppressore. I bozzetti sono sensibilmente diversi dall’opera realizzata (attualmente rimossa da piazza della Repubblica a causa dei lavori della metropolitana), infatti l’autore, gravemente malato, non ha potuto seguirne l’ultima fase di realizzazione. 

Il dipinto in mostra appartiene a un insieme che prende spunto dalle opere del pittore francese Delacroix. 

Mario Persico

Macchina utopica con passeggeri, 2013, tecnica mista su compensato, cm 50×70, collezione dell’artista

Nato nel 1930 a Napoli dove vive e lavora ancora oggi. Ha attraversato molte delle più interessanti correnti di arti visive contemporanee. Lui stesso si definisce un “terapista del pattumierato”, perchè riporta a nuova vita oggetti che hanno cessato la propria funzione originaria. Risale agli anni dell’adolescenza l’amore per i riusi, quando per pagarsi gli studi faceva il rigattiere. Nel 1955 è stato tra i firmatari del “manifesto dell’arte nucleare” i cui esponenti praticavano una pittura non dissimile dalle correnti dell’informale, ma maggiormente sensibile ai temi dell’era atomica, momento di paura e di speranza. Successivamente Persico si allontanò dalla pittura bidimensionale e dal concetto di manufatto artistico tesaurizzabile per passare a esperienze quali le ‘opere praticabili’, così dette perché consentivano al fruitore di interagire con esse, ampliandole o modificandole.  Importanti furono in questo periodo le amicizie con artisti come Manzoni, Duchamp, Baj e Breton.  Nel 1958 è stato tra i fondatori del Gruppo Sud e della rivista Documento Sud che “nacque per far fronte comune contro la volgarità piedigrottesca della Napoli laurina” (Persico).  

Antonio Corpora

Senza titolo, 1962, acquerello su carta, cm 50×37 

Nasce a Tunisi nel 1909 da genitori di origine siciliana, dove frequenta la scuola di Belle arti. Nel 1929 si trasferisce in Italia e tra il ’30 e il ’31 apre uno studio a Roma con Maurizio Valenzi che ha conosciuto a Tunisi durante gli anni di formazione. Successivamente si sposta a Parigi dove conosce le grandi scuole post impressioniste. Nel 1939 espone a Milano dove entra in contatto con esponenti dell’astrattismo quali Fontana, Reggiani e Soldati. In questi anni Corpora alterna una pittura di tipo figurativo a sperimentazioni astrattiste. Nel ‘48 è a Roma con Guttuso con cui costituisce il “Fronte nuovo delle arti”. A partire dagli anni ‘50 Corpora abbandona gradualmente le geometrie cubiste dialogando con l’informale europeo, arrivando a una grande libertà espressiva negli anni ‘60 quando a predominare è il colore dato in velature sovrapposte per suggerire un senso di profondità. Muore a Roma nel 2004. 

Salvatore Emblema

Studi, trittico, 1992, acrilico su tela, cm 25×18 

Studi, trittico, 1992, acrilico su tela, cm 25×18

Studi, trittico, 1992, acrilico su tela, cm 25×18

(Terzigno 1929-2006) dopo gli studi all’Accademia di Belle Arti di Napoli si trasferisce a Roma. L’artista rappresenta nella sua pittura l’essenza della natura, utilizzando elementi naturali (quali foglie, cortecce, ecc.) per produrre colori ed atmosfere particolari.  

Nel 1954 Papa Pacelli (Pio XII) gli commissiona un ritratto che viene pubblicato sulla copertina della “Settimana Incom” e acquisito dai Musei Vaticani. Nel 1955 arriva a New York ricevuto dal magnate Rockfeller con tutti gli onori. Iniziano le prime collaborazioni con il mondo della moda, con il cinema e con il teatro e qui conosce Rothko, Pollock e il critico d’arte Giulio Carlo Argan. L’incontro con quest’ultimo è determinante per la sua formazione artistica. Tornato in Italia nel 1958 comincia il periodo della “detessitura” che, insieme all’unicità dei colori, fa di Emblema un grande sperimentatore. Costruisce da sé i propri telai, tesse e sfila la tela, la “detesse”, per poi dipingervi, come a voler far entrare la realtà nel quadro. Nel 1969 rifiuta la cattedra di pittura a Roma all’Accademia delle Belle Arti e, schivo da ogni carica pubblica, decide di ritirarsi a Terzigno dove muore nel 2006.

 

Carlo Levi - Ritratto di bambina, s.d., litografia, mm 500x350

Carlo Levi

Ritratto di bambina, s.d., litografia, mm 500×350

(Torino, 1902 – Roma, 1975) scrittore e pittore impegnato, politico antifascista, per inciso zio di Guido Sacerdoti pittore non professionista, di cui due opere sono presenti nella collezione, conosce Maurizio Valenzi durante un suo soggiorno romano nei primi anni ’30 e instaura con lui un rapporto di stima e amicizia. 
Dopo aver conseguito la laurea in medicina nel 1923 si dedica alla pittura e si impegna nell’opposizione politica al fascismo. Collabora alla rivista di Piero Gobetti  “La Rivoluzione liberale” e fa parte del gruppo antifascista “Giustizia e Libertà” per la cui rivista, tra l’altro, scrive diversi saggi. Viene poi arrestato e obbligato al confino in Lucania. In questo periodo scrive Cristo si è fermato ad Eboli, pubblicato nel 1945, un ritratto morale, sociale e poetico, della gente del Mezzogiorno, delle sue condizioni di miseria e del paesaggio che la accoglie. Dal 1963 è eletto senatore per due legislature.  

Antonio (Tono) Zancanaro

Il santo di Padova, 1942, litografia, mm 350×450

Nacque a Padova nel 1906 da una famiglia di contadini, scomparso nel 1985. Iniziò a dipingere nel 1931 e si formò attraverso incontri ed esperienze in Italia e all’estero. Nel 1937 a Parigi conobbe Lionello Venturi. In questo periodo matura un’ideologia pittorica di denuncia legata ad una sorta di umanitarismo sociale e alla lotta contro l’oppressione di classe. E’ di questi anni il primo disegno del Gibbo, onirica caricatura di Mussolini. Nel 1942 si iscrive al Partito Comunista. Tra il ‘42 e il 43’ è costretto in ospedale a Padova per il sospetto di una malattia incurabile che gli provoca anche allucinazioni, arrivando a ravvisare nelle macchie di umidità sui muri delle figure mostruose. Di questi anni la litografia presente in mostra che raffigura il Duomo di Padova, dove si notano degli occhi che osservano lo spettatore, in corrispondenza dei rosoni delle cupole della Basilica. Dagli anni ‘50 intesse rapporti con artisti stabilitisi a Roma come Guttuso, Treccani, Carlo Levi.   

Claudio Lezoche

Fanciulla a cavallo, 1998, matita su carta, mm 210×320

Nasce nel 1929 a Napoli. Allievo di Emilio Notte presso l’Accademia di Belle Arti, insegnerà poi per circa trent’anni nel liceo artistico della sua città.

Partito dal realismo, Lezoche evolverà la sua poetica pittorica verso posizioni neo metafisiche a partire dagli anni sessanta, rifiutando il concettuale e l’informale. Approderà ad una personale metafisica del quotidiano, dove le atmosfere rarefatte diventano scenario inquieto per i suoi personaggi, rinchiusi in un tempo sospeso.

Nei suoi dipinti si addensano vari livelli di lettura che conducono a mondi favolistici e immaginari. L’eleganza dei soggetti, la dicotomia metafisica tra uomo e natura. Anche se nella fase preliminare di disegno, l’opera in mostra ci conduce verso un altrove, puntando sull’unica nota di colore, quella concessa alla luna.

Gino Coppa

Ritratto di Maurizio, 1969, china su carta, mm 550×400 

Senza titolo, 1965, acquerello su carta, cm 45×56

(Forio d’Ischia 1934-2018). La pittura di Coppa prende ispirazione dalla realtà etnica e folcloristica che lo circonda, a partire dalla sua giovinezza, quando si concentra sui temi di processioni, feste, scene di pescatori, o paesaggi foriani. Importante sarà per lui l’incontro con l’artista tedesco Eduard Bargheer, pure presente in questa collezione, da cui apprende la lezione dell’espressionismo tedesco, ma molto di più lo influenzeranno i soggiorni in Africa a partire dal 1957. In Africa Coppa prende viva consapevolezza delle diseguaglianze socio-economiche fino ad impegnarsi politicamente nelle file del Partito Comunista. Dal punto di vista artistico maturerà un personale processo creativo, appreso dall’arte africana, che va dal generale al particolare.  

L’amicizia con Maurizio Valenzi si stringe durante i soggiorni di quest’ultimo in vacanza a Forio. Nel 2016 ha ricevuto il Premio Sebetia Ter per le arti figurative intitolato a Maurizio Valenzi.

Raffaele Ragione

Donna di spalle, fine Ottocento-inizi Novecento, matita su carta, mm 190×120 

Tre donne, fine Ottocento-inizi Novecento, matita su carta, mm 210×120

(Napoli 1851 – 1925) allievo di Domenico Morelli all’Accademia di Belle Arti fu influenzato successivamente dalla pittura della Scuola di Resina, con posizioni antiaccademiche vicine alla corrente dei macchiaioli. La sua è una pittura di scene prese dal vero e rese attraverso i colori stesi a rapidi colpi. Nel 1900 si trasferisce a Parigi maturando uno stile vicino al tardo impressionismo francese.  I tratti distintivi della sua pittura sono ben riconoscibili anche nei disegni in mostra. 

Le opere di Raffaele Ragione, insieme a quelle di Vincenzo Gemito, sono le uniche in collezione appartenenti ad artisti non contemporanei di Maurizio Valenzi, probabilmente donazioni di amici collezionisti.  

Vincenzo Gemito

Autoritratto con moglie, 1909, matita su carta, mm 230×340

(Napoli 1852-1929) è scultore, disegnatore e orafo.
Si forma nella bottega di Stanislao Lista e per i suoi soggetti attinge al mondo popolare napoletano, scugnizzi, giovani pescatori. La sua produzione artistica coniuga verismo e archeologismo, prendendo ispirazione per quest’ultimo dalle sculture del Museo Archeologico. 
L’opera Autoritratto con moglie rappresenta la sua coniuge francese scomparsa, raffigurata in secondo piano e dalla forma incompleta. Tale opera è stata realizzata nel 1909, anno in cui Gemito supera la sua crisi personale e riprende la vita artistica.
Questo disegno è stato donato a Maurizio Valenzi dall’amico Luigi Cosenza, l’architetto con cui intrattenne intensi, insieme alla famiglia, rapporti di scambio intellettuale e affettivo, grande collezionista delle opere di Gemito.

Raffaele Lippi

La merenda, 1954, carboncino su carta, mm 450×370 

(Napoli 1911-1982) Nei suoi dipinti rappresenta inizialmente scorci di campagna e di periferia, poi la partecipazione alla guerra lo induce a raffigurare architetture devastate per dar voce al dolore del suo tempo. Nel 1947 aderisce al  Gruppo Sud (1947-49) insieme ad altri artisti napoletani presenti in questa collezione come Armando De Stefano. Dopo il ’50 si accosta al Neorealismo e disciplinando la sua propensione a forme e colori liberi, fa della pittura uno strumento di impegno politico e sociale, seguendo anche l’ideologia comunista, raffigurando gente del popolo. In seguito alla crisi del neorealismo e agli eventi politici del ‘56, con l’invasione dell’Ungheria da parte dell’URSS, Lippi attraversa un periodo di disillusione che lo porta a rinnegare la pittura precedente, arrivando a distruggere le opere realizzate. Sul finire degli anni ‘50 le sue opere vedono ancora al centro la figura umana, che però perde le proprie fattezze, si fa quasi spettrale, accentuando un carattere visionario.  

Armando De Stefano

Cumana, 1954, tecnica mista su carta, cm 41×52

È nato a Napoli nel 1926. Ha iniziato a disegnare da ragazzo durante la seconda guerra mondiale, ritraendo soldati americani per guadagnare qualche soldo. Si è formato poi all’Accademia di Belle Arti con Emilio Notte. Nel 1947 ha dato vita con altri sei pittori napoletani al “Gruppo Sud”, espressione dell’adesione a una pittura realistico-sociale. Gli anni dal ’56 al ’61 lo hanno visto impegnato in un’area che si richiama all’espressionismo materico e astratto. Nel ‘61 è tornato al realismo dando vita ai cosidetti “grandi cicli”: dall’Inquisizione a Masaniello, dalla Rivoluzione napoletana del ‘99 a Marat. Proprio con Maurizio Valenzi ha esposto nel 1989 al Palais d’Europe a Strasburgo opere sulla Rivoluzione Francese, di cui ricorreva il bicentenario. Dal 1950 al 1992 ha insegnato all’Accademia di Belle Arti di Napoli, dipingendone anche varie stanze. Oggi è uno tra i maggiori artisti napoletani, nonostante l’età, esponendo le sue opere sia al PAN (Palazzo delle Arti di Napoli) che al museo MADRE. Nel 2015 gli è stato consegnato il premio per le arti figurative dedicato a Maurizio Valenzi all’interno della manifestazione Sebatia-Ter. 

 

Renato Guttuso

Corpi, 1944, china su carta, mm 210×310 

Nudo di donna, anni Cinquanta, china su carta, mm 420×250

Renato Guttuso (1911-1987) dopo un primo periodo vicino alle avanguardie del Novecento, assume un intenso accento realistico non disgiunto da una costante e rigorosa ricerca disegnativa e coloristica. Partecipa alla fondazione del movimento di Corrente (1938-1943). Vicino al Partito comunista italiano e attivo nella lotta antifascista durante la guerra, ebbe un intenso rapporto con Maurizio Valenzi. Le sue opere affrontano i temi del mondo contadino e rurale, temi sociali e soggetti dichiaratamente politici.

L’opera in mostra Corpi (1944) fa parte della collezione Massacri che Guttuso realizza durante gli anni della guerra. In questo disegno Guttuso grida il dramma della guerra e delle sue conseguenze. Nell’altra opera Nudo di donna si possono notare influenze cubiste. 

 

Augusto Perez 

Cavallerizza, 1973, carboncino su carta, mm 350×500

Nasce nel 1929 a Messina. Da bambino si trasferisce a Napoli frequentando la Facoltà di Architettura, ma a partire dagli anni ‘50 la passione per la scultura prende il sopravvento. Dopo una prima esperienza che lo vede lavorare accanto a Guttuso a Terracina in una tendenza neorealista, si dedica ad una scultura dai forti accenti plastici. La sua scultura tende ad un valore simbolico, i temi da lui prediletti sono l’ombra, le metamorfosi, l’immagine duplicata allo specchio. 

Principalmente scultore, il disegno in collezione appare come il progetto per una scultura, ciò dimostrato anche dal podio su cui poggia il cavallo. Nel dicembre del 2000, ad un mese circa dalla sua scomparsa, è stata realizzata un’importante retrospettiva nel Castel dell’Ovo a Napoli. 

Emilio Notte

Mattonella, 1976, ceramica dipinta, cm 33×33

Ritratto di Maurizio Valenzi, 1976, olio su tela, cm 70×60

(1891-1982) Emilio Notte partecipa alle correnti del post-impressionismo e del futurismo, passando anche per il cubismo. Dal 1929 è datato il suo rapporto con Napoli dove forma numerosi artisti, insegnando all’Accademia di Belle Arti, di cui sarà anche Direttore fino al 1963. 

Il ritratto di Maurizio Valenzi di Emilio Notte esposto in mostra è stato realizzato nel 1976 a casa di Notte, durante una gara di pennelli. I due artisti infatti, ritrovatisi una domenica mattina, mentre Maurizio Valenzi era già sindaco di Napoli, si sfidano a farsi il ritratto a vicenda per poi donarselo reciprocamente. In un filmino girato dal figlio di Notte, Riccardo, allora un bimbo di otto anni, si vedono i due pittori scherzare, fumare e alla fine mangiare un piatto di spaghetti. Il video della “sfida” è visibile sul canale Youtube della Fondazione Valenzi.  

In collezione è presente una mattonella in ceramica realizzata in occasione del Festa dell’Unità svolta a Napoli del 1976, riprodotta e venduta in molte copie per finanziare la manifestazione. Nelle due sagome che ballano si può chiaramente notare un’influenza  cubista.  

Ernesto Treccani 

Trittico di studi, s.d., china su carta, mm 280×220 

(Milano 1920-2009) figlio del senatore Giovanni Treccani, fondatore dell’Istituto omonimo. 
Partecipa giovanissimo, mentre ancora segue gli studi di ingegneria, alla guerra e alla resistenza antifascista e fa parte dei gruppi di avanguardia artistica, oltre ad essere direttore e redattore di molte riviste nazionali. Nel 1938 fonda il movimento a carattere artistico, politico e morale e la rivista omonima “Corrente”, formato da critici e pittori fra cui anche Guttuso. Il movimento continua fino al 1943 attraverso l’attività della Bottega e poi della Galleria di Corrente e della Spiga (nella quale espone per la prima volta nel 1940).

Guido Sacerdoti

Ritratto di Marco, fine anni Sessanta, acrilico su cartoncino, cm 70×48 

Ritratto di Lucia, fine anni Settanta, acrilico su tela, cm 60×40

Medico, ma intellettuale multiforme, nasce a Napoli nel 1944. È il primo bambino ebreo nato nel dopoguerra, circonciso da rabbini della flotta alleata ancorata nel golfo. Riceve una formazione solida in vari campi ed in quello pittorico avrà il sostegno dello zio Carlo Levi. Le sue opere seguono la corrente post-impressionista e hanno come soggetti perlopiù ritratti, spesso di amici, e paesaggi, ma sono stati raramente esposti in mostra. Nei primi anni ’60 è stato leader della sezione napoletana del movimento apartitico giovanile Nuova Resistenza. Membro della Fondazione Carlo Levi dagli anni ‘80, ne sarà presidente dal 2004 al 2013, anno della sua morte. 

I due suoi quadri ritraggono i due figli di Maurizio Valenzi, Lucia e Marco. Nel 2014, circa un anno dopo la sua morte, è stata allestita una mostra dei suoi quadri “La pittura come vita” nella sede della Fondazione Valenzi. 

Vincenzo Ciardo

Mattina al Corso Vittorio, 1948, olio su masonite, cm 28×34

(Gagliano del Capo, 23 ottobre 1894 – 26 settembre 1970) Il suo stile è post-impressionista con radici nel naturalismo. Dal 1920 si dedicò al genere artistico del paesaggio, e trovò impiego come insegnante in un Liceo tecnico di Pozzuoli. Nel 1928 nuove istanze e nuovi fermenti vennero a smuovere l’ambiente artistico napoletano, e di essi fu partecipe lo stesso Ciardo, avviando un lavoro di totale revisione del problema della pittura per “restituirle un ‘ordine’ fuori delle banalità della facile piacevolezza”. Dal 1940 al 1965, dopo avere insegnato per alcuni anni figura disegnata al Liceo artistico di Napoli, è stato direttore della Scuola libera di paesaggio all’Accademia di Belle Arti di Napoli. Presente alle più importanti esposizioni nazionali, ha tenuto mostre personali nelle principali città italiane e all’estero. Nell’opera in mostra è evidente il richiamo a Cézanne nella ricerca del volume e nella prospettiva tonale.

Pasquale Vitiello

Castello a Palma Campania, olio su masonite 1961

Dormiente, olio su masonite 1950 

(Torre Annunziata 1912-1962) frequenta l’Accademia di Belle Arti di Napoli sotto la guida di Emilio Notte, di cui è poi assistente (1943-1945). A partire dal 1948 partecipa a numerose ed importanti esposizioni d’arte a carattere nazionale e internazionale che gli consentono di incontrare molti artisti contemporanei come Paolo Ricci. Vitiello pur vivendo in pieno le tensioni politiche del suo tempo resiste alle mode e agli schieramenti politicizzati. Tale scelta si evidenzia anche nella sua pittura.  

I poli entro i quali si muove la sua esperienza pittorica sono la contemplazione e l’inquietudine esistenziale, ben resi grazie all’insistenza degli spessori della materia cromatica e alle improvvise accensioni e deformazioni espressionistiche come nell’opera Castello a Palma Campania. Luci, colori, linee, volumi contribuiscono all’ambientazione atmosferica dove predomina il sentimento, in funzione della visione unitaria ed evocativa nell’opera Dormiente.  Le due opere sono state donate alla Fondazione Valenzi nel 2017 dai figli dell’artista per essere esposte nella collezione.

Luigi De Angelis

Marina, 1954, olio su cartone, cm 57×72 

Nasce a Roma nel 1883, ma trascorre tutta la sua vita sull’isola d’Ischia. I genitori, originari dell’isola, vi tornarono poco dopo la sua nascita.  A causa degli scarsi mezzi economici a sua disposizione iniziò a dipingere il paesaggio che aveva davanti agli occhi tutti i giorni con dei semplici acquerelli su fogli di carta da salumiere, appendendoli poi nella sua bottega. Ed è lì che li nota Hans Purrmann, pittore tedesco in vacanza, che gli consentirà di esporre sia in Italia che all’estero. La pittura di De Angelis rimase praticamente invariata per tutta la vita, questo anche perché indissolubilmente legata all’isola che non volle mai abbandonare. Di questo risentì molto la sua carriera, infatti rifiutò vari inviti per esporre sia in Francia che Germania, facendo sì che rimanesse povero fino alla morte nel 1966. 

Paolo Ricci

Barletta, 1969, acquerello su carta, cm 35×47

Porticciolo, 1964, acquerello su carta, cm 23×31

Nato nel 1908 a Barletta, si stabilisce a Napoli nel 1918 dove inizia a lavorare come fabbro, ma dopo l’incontro con Vincenzo Gemito, a cui mostra alcuni suoi disegni, decide di dedicarsi all’arte. Nel 1929 redige il manifesto dell’Unione Distruttivisti Attivisti (UDA) a favore di una pittura politicamente impegnata. Dopo un soggiorno a Parigi, al suo rientro nel 1931, viene arrestato e sottoposto ad un regime di stretta sorveglianza. È nuovamente arrestato per la sua militanza politica antifascista durante gli anni della guerra. 

Nel dopoguerra il suo studio nel bosco della Villa Lucia diventa centro di incontri tra intellettuali, artisti e politici tra cui Eduardo De Filippo, Luigi Cosenza, Renato Caccioppoli, Mario Palermo, Luigi Compagnone ed altri. Nel 1951 partecipa alla mostra L’arte contro la barbarie con opere dai temi impegnati e di linguaggio neorealista. In questi anni scrive anche su giornali come “L’Unità”, “La Voce”, “Rinascita”. A partire dagli anni Sessanta si accentua il suo impegno come critico d’arte e critico teatrale, soprattutto nella ricerca e rivalutazione di artisti dimenticati e sottovalutati del Sud Italia. Legato da intensissima amicizia con Maurizio Valenzi, muore nel 1986.

Amintore Fanfani

Paesaggio, 1966, pastelli su carta, cm 30×22

(Pieve Santo Stefano, 6 febbraio 1908 – Roma, 20 novembre 1999) politico, economista e storico italiano. La presenza di un’opera di Amintore Fanfani nella Collezione Valenzi è testimonianza degli ottimi rapporti che all’epoca Maurizio Valenzi aveva anche con esponenti di diverse parti politiche. 

“La doppia vita di Amintore Fanfani  comincia nella bottega del nonno Sebastiano. Qui all’età di nove anni, impara ad intagliare il legno, poi frequenta la Scuola d’arte della Società Operaia in Pieve Santo Stefano, vicino ad Arezzo. Malgrado i successivi studi di economia e la vocazione politica dominante Fanfani non abbandonò mai l’amore per la pittura fino al termine della vita, con risultati di una sorprendente sensibilità. Duro e spigoloso negli affari pubblici, qui invece Fanfani si mostra pacato, tenero e quasi timoroso nel disporre le delicate partiture.” citazione da ilGiornale.it La seconda vita di Amintore Fanfani 26/05/2006. 

Aldo Zanetti

Mare, 2001, acrilico su compensato, cm 25×21

Nato nel 1943, a Casalnuovo, ma puteolano di adozione, è il pittore del mare. 

«Il pittore da bambino – raccontava Maria Guarino, presidente dell’associazione Il Corvo di Pozzuoli (si veda il ritratto eseguito da Maurizio Valenzi in Raccogliere segni   ) – da Casalnuovo si trasferisce a via Napoli, la casa è una palazzina sul mare, il bambino non riesce a dormire attratto dal rumore costante del mare, all’alba lo scopre, è l’inizio del suo lungo innamoramento». 

Autodidatta, è andato man mano, puntigliosamente, affinando la sua tecnica pittorica, studiando il mare, ascoltandolo, ha imparato a scrutarne tutte le sfumature di colore e di tonalità. È il pittore poeta del mare, capace di narrarne i mille segreti e di coglierne tutti gli echi. Legato ad una tradizione figurativa, ma non realista, le sue marine, le mareggiate, i paesaggi sono immagini della memoria, rivisitazione, ricerca proustiana.  

Eduard Bargheer

Senza titolo, 1965, tecnica mista su carta, cm 36×49

Nasce a Finkenwerder in Germania nel 1901. Fu uno dei primi artisti tedeschi a stabilirsi sull’isola d’Ischia. Già nel 1936 soggiornò per un breve periodo a Sant’Angelo dove conobbe il connazionale Werner Gilles (1894-1961), uno degli artisti che l’anno successivo sarebbero stati messi al bando dal Ministro della Propaganda nazista. Dopo la II guerra mondiale, durante la quale aveva prestato servizio per la marina tedesca Bargheer tornò sull’isola d’Ischia, dove visse quasi ininterrottamente fino all’inizio degli anni ’70.

Forio d’Ischia nel secondo dopoguerra accoglieva, nel celebre Bar Internazionale di Maria, molti intellettuali e artisti tra cui Gino Coppa, Carlo Levi e Giuseppe Patalano. La lezione espressionista e il successivo orientamento per l’astrattismo trovarono “sfogo artistico” nelle strade, le spiagge, le case e il porto di Forio. Morì ad Amburgo nel 1979. 

Maurizio Valenzi. Arresto di Gennaro Serra di Cassano

Arresto di Gennaro Serra di Cassano, 1989, tecnica mista su tela, cm 40×50

Il ciclo Immagini da due rivoluzioni: Parigi 1789 – Napoli 1799 nasce da una necessità commemorativa – il bicentenario della Rivoluzione Francese – ma è dedicato principalmente alla Repubblica Partenopea del 1799. Si svolge in un momento cruciale della vita di Valenzi. Nel 1989 infatti termina il suo mandato al Parlamento Europeo e in lui lo stato d’animo, derivante dalla chiusura di una fase, si somma alla disillusione del sogno illuminato su Napoli (“Non c’è più Lauro, ma il laurismo continua”).  

A un’inesauribile passione politica e a un lucido pessimismo sono improntate queste opere di tema storico, che sono state esposte al Palais de l’Europe di Strasburgo nel 1989 per la mostra Hommage à la Révolution Française,  insieme alle opere di Armando De Stefano.  

Nell’Arresto di Gennaro Serra di Cassano c’è un intento storiografico di ricostruzione. E’ un’opera in cui il politico e l’artista si sovrappongono con una modalità non ideologica, ma di un sentimento forte in cui la forbice tra quello che è stato e quello che avrebbe potuto essere costituisce nota di fondo imprescindibile. 

Antonio Borrelli

Trofeo (struttura spaziale), 1967-1968, ferro saldato e cadmiato, cm 35x25x25

Nasce a Napoli nel 1928, dove muore nel 2014. La ricerca dello scultore adotta modalità astratto-geometriche, talora con valenze ottico-percettive, trasferite anche nel campo del design di gioielleria. Nel corso degli anni Settanta, Borrelli si impegna nella Federazione Lavoratori Arti Visive della CGIL, come segretario nazionale del Sindacato. Nel 1977, gli è conferita la Cattedra di “Tecniche di Fonderia – Micro e macro fusioni”,  presso l’Accademia di Belle Arti di Napoli, dove insegnerà per 21 anni. Dal 1998, prende congedo dall’insegnamento in Accademia, proseguendo però l’attività artistica nel suo atelier. Una sua opera è stata installata come monumento nella piazzetta Salazar, proprio alle spalle della piazza Plebiscito. Nel 2009, ha ricevuto il Premio Fraternità Città di Benevento e, nel 2012, il Premio Mediterraneo – Arte e Creatività.

Giuseppe Antonello Leone

Pulcinella sceglie la libertà, anni Sessanta, tecnica mista, cm 54x35x32  

(Pratola Serra 2017 – Napoli 2016) negli anni ’50 partecipa alla stagione del neorealismo impegnandosi nel movimento di riscatto del Sud Italia in relazione con Rocco Scotellaro, Carlo Levi, insieme alla moglie, la pittrice e scrittrice lucana Maria Padula. 

Un elemento caratteristico delle opere di Antonello Leone è l’utilizzo di materiali di recupero, unito alla voglia di raccontare attraverso la lente personale in parte ironica e in parte di un surrealismo tragico. Questo ben si evince nell’opera in mostra Pulcinella sceglie la libertà, in cui si racconta del viaggio tragicomico di un Pulcinella Napoletano sbarcato a New York durante gli anni della Guerra Fredda, smarrito di fronte alla Statua della Libertà realizzata con una lampadina.  

Giuseppe Antonello Leone è anche l’autore del monumento funebre dedicato a Maurizio e Litza Valenzi all’interno del cimitero monumentale di Poggioreale a Napoli.  

Geppino Cilento 

Presepe, anni Settanta, ceramica dipinta, cm 37x32x28

Nato nel 1942 è stato professore di Composizione Architettonica all’Università Federico II. Impegnato oltre che nella ricerca in ambito universitario in vari campi culturali. A lui si deve anche l’incarico ad aziende di Vietri sul Mare di riprodurre su ceramica i disegni di Maurizio Valenzi presenti in mostra. 

Libero Galdo

Blù dalla collezione “Fiori”, 1967, acrilico su pistolegno, cm 36,50×29 

Libero Galdo (Napoli, 1918 – 2016)negli anni Cinquanta partecipa al movimento d’arte “Sud ed è uno dei promotori del movimento artistico napoletano “Documento Sud”, da cui nasce “Gruppo ‘58”, cui partecipa Mario Persicopresente in collezione 

Lsua pittura è inizialmente ispirata dalle geometrie metafisiche e, in seguito, dall’Informale e dall’Arte Nucleare, di cui uno dei firmatari del manifesto è Persico. Galdo sperimenta il dripping e successivamente nuove tecniche (collage e chine) e si dedica alla ricerca del movimento. Già futurista, opta per l’action painting secondo l’indirizzo dato da Pollock. Questa influenza è visibile nell’opera esposta in Fondazione.  

Gerolamo Casertano

RST – n. 41, 1981, olio su tela, cm 82×52 

RST – n. 12, 1982, olio su tela, cm 82×52 

Nato a Napoli nel 1946 da padre napoletano e madre genovese. Nipote del noto pittore ligure Gerolamo Graffigna da cui l’intera famiglia riceverà un’impronta. 

Si diploma presso l’Academia di Belle Arti di Napoli, scuola di pittura del maestro Domenico Spinosa. Fondamentale sarà l’incontro con l’artista Eduardo Giordano detto Buchicco considerato dall’artista il mentore del cuore.  

Pittore libero, riluttante ad ogni forma di costrizione concettuale, ha seguito la mera compulsività del fare arte con la malinconia e la delicatezza di un sognatore malato d’infinito. Si spegne a Napoli nel 2017, lasciando opere intessute di segni ricchi di una visionaria potenzialità creativa. 

 

Maria Palliggiano

Visione interna, s.d., olio su compensato, d 59,50 

Nasce a Napoli nel 1933, diplomata all’Accademia di Belle Arti di Napoli, è allieva di Emilio Notte, da cui ha un figlio e che sposa nel 1964. Muore suicida a Napoli nel 1969.  

Nel corso della sua breve ma intensa carriera (dieci anni circa), contribuisce con gli artisti ed amici della sua generazione a rinnovare dall’interno la pittura napoletana. Alterna al barocco di fondo dissolvenze in direzioni astratte a punte metafisiche, che celano la sostanziale corposità. Le prime opere rivelano l’inquietudine personale, poi la luminosità diviene diffusa o a squarci con intensa corposità.  

L’influenza surrealista prima e cubista dopo è rintracciabile nell’opera esposta nella Collezione 

Fabio Rocca

Palummelle gialle, 2007, olio su cartoncino [incollato su tela], cm 70×100 

Nato ad Alcamo nel 1946vive da cinquant’anni a Napoli.  

La sua pittura, lirico-fascinatoria e materica-segnica, presenta nei tratti e nei modi la quieta inquietudine siciliana e i rumori affastellati del capoluogo partenopeo. La sua raffigurazione astratta risente dei suoi viaggi in Europa, in autostop da ragazzo.   

L’impegno politico, l’orrore per le ingiustizie sociali, il desiderio di far prevalere su tutto il bene comune sono, insieme all’amore per ciò che di armoniosamente bello l’arte può offrire, il suo segno distintivo. 

Rocca ha esposto recentemente (nel 2018) presso la Fondazione Valenziuna sua antologica dal titolo “Scandagli entropici”, riscuotendo un notevole successo. 

Collezione