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Testimonianza di Ivan Palermo

Fondazione Valenzi Per l'Arte

Negli anni a cavallo fra il 1963 e il 1968, quelli del suo ultimo mandato di senatore, capitava che Maurizio venisse a cena da noi.
 Marisa ed io abitavamo a via Cortina d'Ampezzo, in una cooperativa a cui per nostra fortuna mio padre, dopo molti tenten­namenti e perplessità, aveva aderito (gli sembrava ingiusto avere a Roma una casa di cooperativa, abitando con la sua famiglia a Napoli). L'aveva messa a nostra dis­posizione e Maurizio, quando non andava in albergo, stava con noi nei giorni in cui era impe­gnato nei lavori del Senato, è la casa in cui sono nati i nostri figli e in cui abbiamo abitato per oltre 40 anni.
Avevo conosciuto Maurizio grazie a mio padre e al partito -"il partito"! una parola che se non era seguita da aggettivi, socialista liberale repubblicano, per noi significava PCI, il nostro partito- e ne era nata una reciproca simpatia.
Con Marisa gli avevo chiesto di celebrare il nostro matrimonio, dopo che mio padre sì era sottratte
a una nostra analoga richiesta (mica sono un patriarca della Bibbia).
 Ci ritrovammo così il 22 agosto del 62, all'indomani di una scossa di terremoto che c'era stato a Napoli, in un minuscolo ufficio della delegazione comunale dell'Arenella, Maurizio con la fascia tricolore su un abito scuro dietro una scrivani quasi schiacciato contro una parete su cui campeggiava il ritratto di Segni, presi­dente della Repubblica, affiancato da un funzionario del comune; noi di fronte con i testimoni e qualche parente che aveva trovato spazio in quella cella soffocante, mentre la folla di parenti e amici era assiepata fuori. Il caldo e la mancanza di aria fece si che tutto si svolgesse in pochi minuti: per l'emozione, Maurizio, nonostante le sollecitazioni del funzionario, lesse solo un paio di articoli del codice civile, trascurandone altri, e ci dichiarò marito e moglie. Con sollievo di tutti fuggimmo dall'ufficio comunale, per andarcene sulla bella e ospitale terrazza della casa dei miei alla Riviera di Chiaia. E qui Maurizio divertito e un po' mortificato ci spiegò che si era emozionato e aveva momentaneamente perso la sua abituale disinvoltura perché era alla sua prima esperienza di ufficiale di stato civile. Marisa ed io potevamo vantarci di averlo tenuto a battesimo, come celebrante di matrimoni.
Durante quelle cene romane e nelle lunghe serate che seguivano, nacque e si consolidò la nostra amicizia, che naturalmente si estese a Litza. Un lungo e caro rapporto affettivo durato decenni, che si è ancora più fortificato dopo la morte di mio padre, quando Litza e Maurizio mi hanno fatto sentire tutto il loro calore, trasferendo su di me una frazione del grande affetto che li legava a mio padre.
La loro naturale generosità e la freschezza dei sentimenti che li ha animati, mi hanno permesso, sin dal primo momento, di avere con loro un rapporto paritario, anche quando le mie esperienze di vita, i miei interessi culturali, la mia ricerca di nuovi orizzonti mi portavano a percorrere altre strade dove scoprivo nuovi valori, nuove realtà politiche che nascevano nella società, spesso divergenti o contrapposti alle scelte del partito, ma senza mai rinunciare agli ideali di giustizia e di eguaglianza che erano stati alla base della mia scelta di campo. Da qui le inevitabile polemiche e discussioni che Maurizio e Litza affrontavano senza mai schiacciarmi sotto il peso delle loro personalità: rivoluzionari che in gioventù avevano animato la lotta antifascista in Tunisia, affrontando persecuzioni, carcere, torture e poi le asprezze e le difficoltà, di una diversa lotta politica nei primi anni di vita napoletana. Sempre pacati e decisi a difendere il partito e le sue scelte, anche quando  in anni successivi -con coraggio, onestà e sofferenza- hanno voluto drasticamente rivederle.
Una bella e cara amicizia che si è interrotta con la loro morte e il gran vuoto che hanno lasciato. Io cerco di colmarlo con i ricordi che ho di loro. Anche delle lontane serate di via Cortina d'Ampezzo, quando Maurizio in una pausa delle sue riflessioni di politica estera (la guerra del Vietnam, il Movimento dei paesi non allineati, il colpo di Stato in Indonesia, l'assassinio di Sukarno e di centinaia di miglia di comunisti) con una matita o una biro, sul primo foglio di carta che trovava, si metteva a disegnare: Marisa che allattava, Mario, Francesca che era la sua preferita, Giulio. Ricordo con precisione quei disegni che avevamo accuratamente riposto in una cartellina di cartone perché non si sciupassero e conservato in un cassetto della scrivania e mai più ritrovati, nonostante ricerche periodiche e ripetute; fino a quando abbiamo dovuto rassegnarci con l’impegno reciproco, fra me e Marisa, di non conservare mai più le cose che ci sono care, ma di tenerle bene in vista, a portata di mano.
Di quei disegni serali si è salvato solo quello fatto a mio padre: pochi tratti decisi di matita nera, un ritratto a mezzo busto, la faccia e la mano che regge la sigaretta colorata con caffè, dal dito di Maurizio immerso nella tazzina. Si è salvato perché papà volle farlo incorniciare subito.
L’altro, quello che mi ritrae e si va lentamente sbiadendo, Maurizio lo fece nel 91’, nella sua casa di via Manzoni. Ero seduto con Litza intorno al grande tavolo a centro del soggiorno e ci stavamo scambiando le ultime impressioni su un libro che avevamo appena letto, quando Maurizio con pochi tratti di penna mi disegnò. Per non correre rischi, l'ho incorniciato e messo nella mia stanza.

Ivan Palermo

 





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