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La testimonianza di Marisa Figurato

Fondazione Valenzi Per la memoria

Eravamo a Palazzo San Giacomo, nella sala della giunta. Maurizio Valenzi era sindaco di Napoli e io ero uno dei quattro o cinque giornalisti invitati alla conferenza stampa indetta per la mattina del 24 settembre 1979. Non eravamo così pochi per un'accurata selezione di inviti, ma soltanto perché eravamo tutti lì: Mattino, Roma, Paese Sera, l'Unità, Ansa. Una televisione privata muoveva i primi passi e la Rai non aveva ancora varato le edizioni regionali dei tg. Dunque niente selva di microfoni, né arrembaggi per conquistarsi l'intervista. Tutti seduti attorno a un tavolo, sindaco, assessori e noi.
L'assessore competente (ahimé non ricordo chi fosse) parlava, io prendevo appunti e Maurizio Valenzi, seduto di fronte a me, scribacchiava. Almeno così mi sembrava, finché lui non fece scivolare verso di me il foglio che aveva davanti, e scoprii che mi aveva fatto un ritratto. Sapevo che di tanto in tanto lo faceva e mi fece molto piacere entrare nel novero dei suoi soggetti.
Ricordo perfettamente la scena, mentre non ricordo affatto quale fosse il tema della conferenza stampa. Probabilmente non era nulla di epocale, soltanto un incontro come tanti per illustrare qualche provvedimento appena adottato dall'amministrazione comunale. Lo deduco dal fatto che non ne ho trovato traccia fra i ritagli d'archivio dei giornali, che in quei giorni raccontavano di sequestri di navi contrabbandiere, del processo in corso contro i Nuclei Armati Proletari o dell'imminente appello contro il presunto mostro di via Caravaggio.  Era un periodo impetuoso per la città, che cercava di chiudere i conti con i primi fenomeni di un terrorismo che di lì a poco sarebbe riesploso con ancor maggior violenza, e contemporaneamente assisteva a una feroce guerra criminale scatenata da Raffaele Cutolo per controllare l'economia illegale del territorio. 
Una decina di giorni prima di quella conferenza stampa era stato eletto presidente della nuova giunta regionale Ciro Cirillo, che a distanza di un anno e mezzo sarebbe stato sequestrato dalle brigate rosse e rilasciato dopo un'inquietante trattativa fra apparati dello stato, terroristi e criminalità organizzata. A questa brutta storia, sulla quale nel 1993 scrissi un libro, si lega un altro “cimelio” di Maurizio Valenzi, che conservo e di cui sono molto orgogliosa.
È una lettera “espresso”, che una mattina trovai fra la posta. Il fatto in sé già mi sorprese. Era scritta con una penna stilografica, su carta intestata col suo nome, indirizzo, numero di telefono, nessun titolo onorifico o accademico. Iniziava con un, Gentile amica e parlava del mio libro.
Cominciai a leggere in uno stato d'animo di allerta. Ero innegabilmente soddisfatta per il fatto che Maurizio Valenzi avesse deciso di leggere quel mio lavoro, ma temevo che – sia pure col garbo e la signorilità proprie della persona -  a un certo punto sarebbero piovute critiche e rimostranze per come avevo raccontato la vicenda. Lui allora era sindaco di Napoli e quello che io chiamai il patto inconfessabile aveva segnato pesantemente quel periodo. E invece, a mano a mano che le righe scorrevano, il timore si sciolse e subentrò un progressivo compiacimento.
Nessuna critica. Condivideva la mia ricostruzione di quel “periodo diciamo pure storico che abbiamo vissuto”. “I fatti – scriveva - sono spesso ambigui di per loro stessi, in quanto nascono in un clima di oscura impostura e di grande confusione e incertezza”. Confidava anche la sua amarezza per non essere riuscito a portare dinanzi ai giudici i politici che all'epoca gli avevano lanciato accuse e che lui aveva querelato.
Non so se quella lettera è un documento diciamo pure storico (come avrebbe scritto lui), ma confesso che non è per questo che la conservo ancora dopo tanti anni. È perché mi scrisse “desidero soprattutto lodare l'obiettività nell'esporre i fatti” che, detto da una persona della sua statura, è il più bel complimento che si possa fare a un giornalista.


    Marisa Figurato





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