[Memoria]
Un freddo pomeriggio di molti anni fa - inverno 1980 - ebbi la fortuna, io giovane cronista di "Panorama", di passare qualche giorno con Maurizio Valenzi, sindaco amatissimo di una città ferita dal terremoto eppure convinta di poter finalmente risorgere: nella disperazione, sommersa dai calcinacci, impaurita dalle crepe dei palazzi dei Quartieri Spagnoli, Napoli sognava un riscatto.
Furono ore di conversazioni appassionate, storia di ieri e cronaca vissuta. Il Palazzo del Comune, puntellato anch'esso, era un formicolìo incessante di disperati, senzatetto, bisognosi. Maurizio riceveva tutti, parlava con tutti, scendeva in strada, lasciava la piazza per il vicolo. Era sovrastato da un mare di dolore e di problemi irrisolvibili. L'intellettuale colto e sensibile comprendeva che la tragedia poteva diventare per Napoli l'occasione della resurrezione oppure rappresentare l'esito finale di una secolare stagione di degrado; l'amministratore appassionato si batteva senza tregua per i soccorsi, i finanziamenti, gli alloggi alternativi; l'uomo cercava di mediare tra le due anime del suo modo originalissimo di fare politica scagliandosi contro gli "acchiappanuvole" - li chiamava così - che pensavano solo alle magnifiche sorti e progressive senza curarsi del drammatico giorno per giorno.
Io ero affascinato da lui e dagli argomenti che sollevava. Due napoletani - un grande intellettuale e uomo politico e un giornalista alle prime esperienze - guardavano alla loro città con gli occhi di esperienze e lavori diversi e lontani. Nacque tra noi una forte simpatia. Tanto che a un certo punto, ricordando gli anni del grande sacco di Napoli che certo aveva avuto il suo peso negli esiti del terremoto, Maurizio mi mostrò un suo vecchio schizzo di vent'anni prima che mostrava in primo piano un Achille Lauro grottesco - quel naso, dio quel naso! - e sullo sfondo Palazzo San Giacomo e una fila di lecci sradicati: avrebbero lasciato spazio a quelle orrende fontane degradanti che i napoletani avrebbero presto ribattezzato 'e vasche d'e capitune... All'estremo gesto di arroganza di un sindaco-padrone convinto di poter fare e disfare della città, all'atto simbolico del laurismo rapace e speculatore, il popolo aveva risposto con il consueto disincanto.
Il disegno era stato buttato giù di getto su un foglietto di carta rimediato in qualche cassetto della Sala dei Baroni. Me lo illustrò, me ne spiegò l'origine, rievocò l'agitata seduta del consiglio comunale dove fu presa quella misera decisione che poi avrebbe ispirato Francesco Rosi per una scena famosa del film "Le mani sulla città", forse era stato anche pubblicato, su "Paese Sera" o su "l'Unità", non ricordava bene, non ne era certo. E alla fine me lo regalò. Da allora lo schizzo di Maurizio mi ha accompagnato in ogni redazione dove ho lavorato. Occhieggia dalla libreria del mio ufficio, dietro la scrivania. L'ho messo lì di proposito: chi siede davanti a me inevitabilmente gli lancia uno sguardo e me ne chiede conto. Così, ogni volta racconto la sua storia. E ne sono felice e commosso, come il pomeriggio in cui Maurizio me lo allungò con un sorriso.
Bruno Manfellotto
Direttore gruppo editoriale l'Espresso